ic_dipuglio_26 Madonna dell'Arco
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Madonna con Bambino (Madonna dell'Arco).
Tempera su tavola, cm. 28,5 x 32. Bitonto (Bari), Monastero delle Vergini. Restauri: Soprintendenza di Firenze (data imprecisata).
Le fonti tramandano l'arrivo nel 1525 nel "rinnovato monastero delle Vergini" della "copia della vera effige della Madonna dell'Arco" che pochi anni prima "era stata scoverta nella terra cosi detta di S. Anastasia in diocesi di Noia [...] per un miracolo accadutovi nel 1500" (Memorie sulla citta di Bitonto, in Castellano). La tavola bitontina conserva per antica tradizione l'intitolazione alla Madonna dell'Arco, pur discostandosi dichiaratamente, e per cronologia e per iconografia, dall'immagine campana. Le origini di questa icona sono intimamente connesse alla storia travagliata delle Benedettine locali, insediate in origine nella chiesa di S. Lucia, cui si uni alla meta del secolo XIII la comunita delle religiose di S. Nicola delle Vergini. Alla soglia del secolo XVI, essendo ormai in rovina l'antico convento e ridotto a causa della peste il numero delle suore, l'Universita di Bitonto delibero di costruire per esse e per una novella comunita di religiose, provenienti dalla chiesa di S. Scolastica di Bari, un nuovo convento – presso la trecentesca S. Maria de' Confratribus – che si intitolo a S. Maria delle Vergini (Milillo). Di qui le due diverse ipotesi circa la provenienza dell'icona: il La Morea descrisse nel 1702, sull'altare di S. Maria dell'Arco, "vetustissima, ac devotissima Icone B.V. sub tabula depicta, cuius, ut fertur a serioribus Monialibus ab ecclesia S. Luciae ad illam divi Nicolai, et ab ista in hoc templum translata". Di diversa opinione il Cerrotti, che la vorrebbe invece condotta a Bitonto dalle monache provenienti dal monastero barese di S. Scolastica, venute a popolare agli inizi del Cinquecento il novello convento bitontino fin Milillo). L'icona raffigura la Vergine secondo una variante della Vierge de Tendresse in cui il Bambino, letteralmente "arrampicato" tra le braccia della Madre, le stringe affettuosamente il mento con la mano destra, mentre con l'altra si aggrappa al risvolto del ma-phorion. La Madonna, con cuffia rossa rigonfia e manto blu notte, orlato da una fila di perline dorate, e il Bambino con chitone quasi velato e himation di un caldo co-lor ocra grandeggiano sul fondo oro. Cerchi e triangolini punzonati evidenziano l'andamento circolare dei nimbi. Ai lati di questi si leggono appena le tracce dei tradizionali monogrammi a caratteri rossi. Il modellato degli incarnati accomuna questa alla Glykopbilousa di S. Caterina di Gala-tina (cat. n. 37): qui pero traspare, al di sotto delle sottilissime pennellate chiare, una tonalita di fondo verde cupo, ravvivata dai soliti tocchi rossi sulle guance e sulle labbra. L'icona, ancora sconosciuta all'epoca della Mostra barese del '69, dal punto di vista iconografico si ricollega strettamente a una serie di tavole che il Garrison (1949) attribui al Gruppo Adriatico III, opera di maestranze dalmate attive tra la fine del secolo XIII e la meta del successivo (nn. 70, 71, 72, 120, 311). Per esse il Frinta ha riconosciuto il prototipo, o comunque l'esemplare piu antico, nell'icona di Notre Dame-de-Grace, nella Cattedrale di Cambrai, che egli considera opera balcanica della fine del secolo XIII (Frinta, in corso di stampa). La perfetta identita iconografica con le tavole citate conferma che l'icona bitontina, come gia il restauro aveva evidenziato, e stata sicuramente tagliata sia nella parte superiore che in basso, ove manca del tutto il particolare, comune egli esempi precedenti, della gamba destra del Bambino che si allunga verso il basso, passando sotto il braccio destro della Vergine. Per inciso, tale modello iconografico, attraverso un interessante quanto inedito processo di translitterazione, lo si ritrova, mutuato alla lettera, nelle molteplici raffigurazioni pugliesi della Madonna del Cannine, diffuse a partire dai primi del secolo XVI. Pure, il caratteristico tipo fisionomico della Vergine, con le sopracciglia ad arco, il cercine rigonfio sotto il maphorion, l'insistito grafismo della veste del Bambino, il delicato modello chiaroscurale li ritroviamo similari, ci sembra, pur nella diversa iconografia, nella Galactotrophousa dipinta su una tavoletta, forse portella di tabernacolo, in collezione privata a New York (purtroppo di provenienza ignota) e nella Madonna con Bambino della chiesa fiorentina di S. Maria del Carmine, ambedue ancora probabilmente opere dalmate dei primi del secolo XIV (Garrison 1949, nn. 315 e 171). Tale raggruppamento, se ha permesso di individuare il tipo iconografico, pur rimanendo ignoto il piu antico, autorevole modello, ripropone comunque il problema della "scuola dalmata", dal Garrison circoscritta al cosiddetto Gruppo Adriatico I, II e III, benche lo stesso riconoscesse gia come circostanza problematica la mancanza di esemplari – cui ancorare l'intera produzione – proprio sul litorale balcanico. Difficolta ribadita ancora dal Gamulin il quale, al di la del piu ampio concetto di "adriobi-zantinismo" in cui inquadrava tout court I piu diversi prodotti di cultura prototrecentesca che circolavano sulle opposte sponde del bacino adriatico, confermava l'impossibilita di definire la "scuola dalmata", che rimane a tutt'oggi "una mera ipotesi" (Gamulin 1974, p. 201). In questo senso, possibile futura direzione di lavoro, ancora tutta da verificare, appare la recentissima proposta del Frinta, che pone in rapporto il gruppo di icone facenti capo alla Madonna di Cambrai con l'altrimenti oscura figura di Barisino dei Barisi-ni, padre di Tornrnaso da Modena, possibile ponte verso l'Italia centro-settentrionale di nuove, predominanti componenti occidentali, innestate su di un sostrato di accezione bizantina. L'individuazione di questa sconosciuta icona sul litorale occidentale dell'Adriatico (provenga essa da Bari o da Bitonto) costituisce un significativo contributo per gli sviluppi futuri della ricerca. Bibliografia: La Morea; Castellano 1973, p. 23; Milillo 1980, fig. a p. 87; Belli D'Elia 1988. (R.L.R.) |


