ic_dipuglio_28 Madonna con Bambino
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Madonna con Bambino e Redentore (tavola processionale). XIV sec.?
Tempera su tavola, cm. 86 x 61. Barletta {Bari), Chiesa di S. Giacomo. Restauri: 1964, Soprintendenza di Firenze.
Citata tra i possedimenti della SS. Trinita di Monte Sacro in una bolla di Adriano IV del 1158, la chiesa benedettina di S. Giacomo "extra portas Barali" fu occupata nel penultimo decennio del secolo XIV dai clerici secolari e assoggettata nel 1458 da Pio II direttamente agli arcivescovi di Sipon-to. Tale dipendenza duro sino al 1515, quando Sisto V elimino la giurisdizione si-pontina sia sulla chiesa che sul borgo circostante (Loffredo 1893). Con la distruzione dell'Archivio di Sipon-to sono andati dispersi anche i documenti piu antichi della chiesa barlettana, attraverso i quali si sarebbero forse rintracciati riferimenti e notizie relativi a questa tavola. L'icona, a due facce, presenta le figure della Madonna con Bambino da un lato, del Cristo Redentore dall'altro, dipinte su fondo oro inciso con un motivo a reticolo, entro le cui maglie quadrate sono inscritti fiori stilizzati quadripetali con bottoncino centrale. L'iconografia della Vergine e quella delV Hodighitria che sorregge il Bambino con Il braccio destro e leva la mano sinistra nel tradizionale gesto di presentazione del Figlio. Questi benedice alla latina con la mano destra e stringe nella sinistra un rotulo chiuso. Le figure sono piuttosto appiattite, i colori stesi in larghe, uniformi campiture. L'unico movimento e affidato alla larga banda dorata, incisa con motivi a losanghe concentriche, che sottolinea l'orlo del maphorion, disegnando due profonde anse simmetriche sullo sfondo cfella veste rossa e frammentandosi sul capo in una serie di segmenti, a imitare i risvolti delle pieghe. Il nimbo del Bambino, realizzato a punzone e rifinito da una fila di perline, e croce-signato: i bracci della croce, a estremita espanse, presentano al centro un piccolo rombo concentrico mentre le parti restanti sono decorate con i classici solchi a raggiera. L'aureola della Vergine e ornata da un motivo a rilievo di pastiglia in gesso in cui, entro un nastro sinusoidale, si dispiega una teoria di foglie lanceolate affrontate, cosi come nella tavola tranese di S. Nicola Pellegrino (cat. n. 27) e in quella della Madonna della neve (cat. n. 13). Lo stesso decoro compare nell'aureola del Redentore, ove pero i bracci della croce sono campiti da una sorta di fantasioso motivo stellare. Il Cristo, pienamente frontale, indossa un chitone chiaro e un avvolgente himation rosso vivo all'esterno, blu scuro all'interno. Dai fori sui palmi delle mani e all'altezza del costato fuoriescono zampilli di sangue. Identificato dal Salmi come "segno da portarsi in processione", in cui a ricordi senesi si unirebbe un certo influsso catalano, vicino per qualita morfologiche ad alcuni affreschi della cripta di S. Croce ad Andria e a una Madonna fra due santi in S. Caterina di Galatina, fu dal Van Marle considerato prodotto italiano della fine del secolo XIV, non privo di una certa dolcezza senese frammista a modi bizantini. Posto piu di recente in stretta connessione, dal punto di vista iconografico, con precedenti laziali quali Il Cristo Redentore di Tivoli, e quelli di Magliano Sabino e Bracciano, dipendenti dall'immagine acheropita del Sancta Sanctorum della Basilica Lateranen-se (D'Elia 1964), e stato poi presentato alla Mostra del '69 come "prodotto meridionale goticheggiante del maturo Trecento, vicino ad affreschi della cripta di S. Croce ad Andria". La tavola, lievemente cuspidata, oggi chiaramente tagliata nella parte inferiore, doveva presentare inizialmente le due figure intere, come documenta ancora il Seccia nel 1842, che vide sulla porta d'ingresso alla sacrestia un dipinto in stile greco "alto 1,42 x 0,63, da un lato Gesu Cristo Salvatore in piedi, dall'altro S. Maria di Sipon-to" (in Vista 1907). Le due facce dipinte denunciano indubbiamente la tipologia degli stendardi processionali: la stessa presenza della Vergine da una parte e def Salvatore dall'altra, che replica chiaramente l'immagine romana del Cristo barbuto e nimbato (secoli V-VI), sta qui a sottolineare la voluta dipendenza dal culto Ac\VAcheropita, cui era strettamente connessa "la con-suetudine del grandioso rito medievale della processione" (Volbach 1940-41, p. 116) culminante, la notte del 14 agosto, nell'incontro in S. Maria Maggiore dell'icona del Cristo con quella della Vergine. Ma il Cristo barlettano presenta significative varianti iconograficne rispetto a quello del Sancta Sanctorum, seduto su una cattedra gemmata, benedicente e con il Vangelo nella mano sinistra: la mancanza del trono, il labaro crocesignato, le piaghe delle mani e del costato lo identificano piu esattamente nell'immagine del Cristo morto - Redentore, quale Io ritroviamo ancora in esempi romani, come Il pannello del Giudizio universale nella Pinacoteca Vaticana (Garrison 1949, n. 615), del primo quarto del secolo XIII o l'icona dell'oratorio di S. Silvestre nella chiesa dei Santi Quattro Coronati. I riferimenti proposti alle pitture murali della cripta di S, Croce di Andria ci paiono assai significativi, laddove si confrontino non solo le tipologie fisionomiclie ma, in specie nel Cristo, il trattamento dei panneggi, risolto con una serie di rapide pennellate scure che sortiscono l'effetto di lineari grafismi, gli identici partiti decorativi, quali i risvolti delle vesti, nonche, specie nel Cristo, la similarita con la figura del Redentore in trono tra i SS. Pietro e Paolo e con il Ritratto di Urbano V, il cui anno di morte (1370) costituisce un prezioso termine a quo per la datazione dell'intero ciclo andriese (Nugent 1933). Un ulteriore confronto vorremmo proporre tra la tavola barlettana e un affresco frammentano raffigurante la Vergine in trono allattante nel S. Sepolcro sempre a Barletta, ove le analogie fisionomiche e stilistiche con la Vergine dello stendardo (le stesse eleganti cadenze lineari del mapho-rion, la delicata stilizzazione dei volti, l'andamento cuspidato del dossale del trono, la resa appiattita delle superfici) permettono di ipotizzare la presenza di uno stesso artefice, forse proprio barlettano, che elabora con linguaggio locale spunti e terni della pittura gotica matura. II motivo ornamentale del fondo si pone come chiara desunzione dal repertorio decorativo dei rivestimenti metallici di antica tradizione bizantina, propri di icone preziose o comunque oggetto di particolare venerazione, prima fra tutte la stessa tavola lateranense o, ancora, il trittico in bronzo dorato della Vergine con i SS. Gregario Na-zianzeno e Giovanni Crisostomo al Victoria and Albert Museum (secolo XII) o la pala d'argento dorato e sbalzato del Museo del Duomo di Torcello (seconda meta secolo XIII). Motivo poi replicato all'infinito, pur con varianti e con tecniche svariatissime: dai tessuti (si veda il rivestimento del baldacchino con l'icona della Vergine durante la processione dell'Acatbiste nell'affresco del monastero di S. Demetrio vicino Skopl-je o, per restare in ambito pugliese, il ma-phorion della Vergine nella cripta del Crocifisso a Ugento), agli intagli lignei (nell'esempio barlettano e nei dossali dei troni della Vergine, sempre a Ugento e nella Cripta della Buona Nuova a Massafra), ai decori con pastiglie a rilievo comuni a prodotti ciprioti e dell'Italia meridionale (si veda, per tutti, la tavola con S. Domenico a Capodimonte) (Frinta 1985), a riprova della diffusione in tutto il bacino mediterraneo di espedienti linguistici adottati pienamente dagli idiomi locali. Bibliografia: Vista 1907, p. 71; Salmi 1919 a, pp. 161-162, fig, 9; Van Marle, V, 1925, p. 383-384; M. D'Elia in Bari 1964, pp. 43-44, fig. 48; P. e M. D'Elia in Bari 1969, scheda n. 20; Leone De Castris 1985, p. 159. (R.L.R.) |


