ic_dipuglio_32 Madonna con Bambino

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Madonna con Bambino. Andrea Rizo da Candia?

 

 

Tempera su tavola, cm. 70 x 52. Trani (Bari), Chiesa di Ognissanti.

 

Iscrizioni: MHP_6Y / (IC) XC / O AF. MIXAHA / O AF. FABPIHA.

L'icona fu ritrovata, secondo la tradizione, murata in una parete della chiesa di Ognissanti, notevole edificio fondato dai Cavalieri Templari nella prima meta del XII secolo.

Iconograficamente essa appartiene al tipo della Madonna Glykophilousa, nella variante, attestata anche altrove (Patmos, Igou-meneion della Fonte Viva, Chatzidakis 1977 a, tav. 34, fig. 75 e, ivi, icona alla tav. 134, fig. 75; in Atene, coli, privata, Atene 1985-86, fig. 132; loannina, Cappella del Palazzo Metropolita, in Firenze 1986, n. 73), in cui il Bimbo poggia la mano sinistra tra il pollice e l'indice della destra della Madre, mentre un sandalo gli scivola dal piedino.

Tale variante, di cui la tavola tranese deve considerarsi uno dei piu antichi e nobili esemplari (Chatzidakis 1977 a, p. 92), deriva palesemente dall'iconografia della Madonna della Passione, codificata da Andrea Rizo, alla quale rimanda anche il dettaglio dei busti degli arcangeli Michele e Gabriele collocati in alto, a sinistra e a destra, che, anziche mostrare gli strumenti della Passione, hanno le mani velate in segno d'adorazione.

La Vergine indossa maphorion rosso scuro che, avvolto intorno al collo, nasconde completamente la tunica; il Bimbo chitone bluastro e bimation color albicocca, illuminati da una fitta rete di sottili crisografie. Lumeggiature biancastre sono distribuite sui volti e sulle mani delle due figure e sui piedini del Bimbo. Le aureole sono finemente cesellate.

L'icona fu citata per la prima volta da De-metrio Salazaro, che l'attribuiva — verosimilmente sulla scorta di una piu antica tradizione — a "Luca da Candia", a suo dire autore di icone conservate a Napoli e a Firenze, e quindi da identificare con Andrea Rizo da Candia, sul cui nome il Salazaro ha fatto evidentemente confusione. Nel 1964 il D'Elia l'attribuiva dubitativamente al famoso iconografo cretese, che pero considerava attivo verso la meta del XVI secolo. Piu tardi (1969), nel ritornare sull'argomento, i D'Elia propendevano ad attribuirla a un anonimo cretese cinquecentesco. Tra il XVI e il XVII secolo la datava invece la Calo (1968, 1969), avvicinandola a esemplari di Emmanuel Lampardos ed Emmanuel Tzanfournaris dell'Istituto neoellenico di Venezia.

I confronti proposti dal Chatzidakis e dal Baltoyanni, rispettivamente con l'icona di Patmos e con quella di Atene, permettono pero non solo di mantenere l'attribuzione dubitativa ad Andrea Rizo, ma di retrodatare l'esecuzione dell'icona alla seconda meta del XV secolo.

A sostenere Il riferimento a Rizo si noteranno l'estrema finezza dell'esecuzione, l'uso dei colori smaglianti e smaltati cari al pittore cretese e — particolare forse non secondario — la quasi assoluta identita delle aureole rispetto a quelle che compaiono nello scomparto centrale del trittico barese, opera certa di Andrea Rizo.

Per quel che attiene ai due busti di arcangeli con le mani velate, solitamente assenti nelle Glykopbiiousae, si veda l'icona di questo soggetto conservata a Londra (col!, privata Michael C. Peraticos), pubblicata da Th. Chatzidakis {in Charleroi 1982, n. 5, fig. 5) e attribuita a un pittore attivo nella seconda meta del XV secolo, "dont l'art est comparable a celui d'Andreas Ritzos".

Bibliografia: Salazaro 1877, p. 14; Capozzi 1915, p. 245; M. D'Elia in Bari 1964, pp. 101-102; Calo 1968, pp. 19-20; M. e P. D'Elia in Bari 1969, scheda n. 27; Calo 1969, pp. 21-22; Chatzidakis 1977 a, pp. 92-93; Guida Tei Puglia 1978, p. 134; Ronchi 1980, p. 127; Ronchi 1983 a, pp. 51-53; Baltoyanni in Atene 1985-86, pp. 128-130.

(C.G.)

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