ic_dipuglio_42 16 Storie di Cristo
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16 Storie di Cristo e della Vergine. Giovanni Maria Scupula.
Tecnica mista su tavola, cm. 75 x 59 (superficie dipinta: 64,5 x 50). Bari, Pinacoteca Provinciale.
Iscrizioni: 1 ° riquadro del 1 ° ordine: AVE GIA PLA. 2° riquadro del 1° ordine: MAGIFICAT ANIMA MEA DOMINE. 2° riquadro del 3° ordine: IC XC. Sul margine inferiore: EGO. IOANES. MARIA. SCUPULA. DE. IDRYNTO. PIN-XIT (sic!) IN. HOTRATO.
La tavola fu venduta il 5 marzo 1898 dal marchese Gagliardi alla Pinacoteca del Musco Nazionale di Napoli (inv. 722), all'epoca allogata in alcune sale del Palazzo degli Studi (attuale sede del Museo Archeologico Nazionale), insieme alle collezioni ar-cheologiche. Nel 1948 passo, a titolo di deposito, nel Museo Nazionale di S. Martino donde fu trasferita, nel 1967, presso la Pinacoteca Provinciale di Bari, dov'e at-^ualniente conservata a titolo di deposito. E stata esposta alla Mostra d'arte sacra, tenutasi a Lecce in occasione del XV Congresso eucaristico nazionale e alla Mostra delle icone, svoltasi nella Pinacoteca di Bari nel 1969. In buono stato di conservazione, la tavola si presenta priva di cornice, toltale presumibilmente in epoca piuttosto antica, quando sul retro di essa vennero fissate tre assi, per evitarne l'irnbarcamento. Il dipinto e diviso da listelli dorati in sedici riquadri, disposti su quattro registri orizzontali (4 x 4). Da sinistra a destra e dall'alto in basso si susseguono: 1''Annunciazione; la Vi-sitazione, la Nativita, la Presentazione al tempio, Cristo tra i dottori, l'Orazione nell'orto, la Flagellazione, Cristo coronato di spine, la Salita al Calvario, la Crocifissione, la Deposizione, la Resurrezione, l'Ascensione, la Pentecoste, l'Assunzione, l'Incoronazione della Vergine. Salvo l'inserzione della scena della Deposizione, gli episodi illustrati corrispondono esattamente ai quindici Misteri del Rosario. L'aver aggiunto la scena suddetta (che dal punto di vista iconografico e esemplata, come e stato piu volte sottolineato, su una stampa di Marcantonio Raimondi tratta da Raffaello), se non e dipeso – cosa che appare improbabile – da una semplice necessita di impaginazione (quattro scene su quattro registri), puo costituire un utile punto di riferimento nella fluttuante cronologia dello Scupula. La scelta dei Misteri del Rosario e la loro riduzione a soli 15, dal numero spropositatamente alto (anche fino a 300) raggiunto in passato, si data infatti esattamente entro il 1521, anno di pubblicazione del Rosario della Gloriosa Vergine Maria del domenicano Alberto da Castello (Stajd 1985, p. 1208), riccamente illustrato. E possibile quindi inferirne che la tavola fu eseguita tra il 1515 – anno cui si data la stampa del Raimondi – e il 1521, considerato che di suddetta riduzione essa non tiene conto. Ulteriore deroga alla semplificazione e codificazione dei Misteri del Rosario e l'abbinamento dell'Assunzione della Vergine alla Consegna del cingolo a S. Tommaso, scena che non compare nelle successive rappresentazioni dei Misteri, qui neppure ordinatamente disposti nella triplice, canonica partitura di Misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi presente invece nel trittico del Museo Nazionale di Reggio Calabria (cat. n. 62), opera di un ignoto pittore strettamente affine allo Scupula e, presumibilmente, nel trittico del Museo della Floridiana, di cui rimane il solo scomparto centrale. La tavola, che e stata definita (Belli D'Elia) "a meta fra l'icona bizantina a piu riquadri, del tipo delle Feste della chiesa, e il tabellone popolare da cantastorie", costituisce senza dubbio l'opera piu nota e piu ampiamente studiata dell'iconografo otran-tino e, per le sue dimensioni – insolite nella produzione dello Scupula –, una sorta di summa delle sue "invenzioni" iconogra-fiche e stilistiche, le une e le altre improntate a una sorprendente, quasi ossessionante ripetitivita. Molte delle scenette che scandiscono la tavola – la cui iconografia e desunta da stampe di opere occidentali d'eta rinascimentale: oltre il Raffaello della Deposizione, potremmo citare il Mantegna per l'Orazione nell'orlo, il Perugino o n Pinturicchio per l'Assunzione della Vergine – ricompaiono infatti identkhe nei piccoli trittici capoletto e negli altaroli dipinti dal pittore, senza che egli abbia avvertito la necessita di apportare alcuna variante a un repertorio iconografico evidentemente assai gradito a una consistente, anche se incolta, committenza e forse predisposto gia in anticipo e assemblato secondo il gusto e il bisogno di questa. La reiterazione iconografica – ma forse meglio sarebbe dire "a immagine" – e anche interna ai singoli riquadri: si noti l'identica cornice architettonica che compare nelle scene della Presentazione al tempio, di Cristo tra i dottori, di Cristo coronato di spine e della Pentecoste, quasi che lo Scu-pula abbia allestito un teatrino a scena unica, sul quale si avvicendano i vari personaggi della rappresentazione. Nonostante questi limiti – tributo pagato a una produzione tanto ricca quanto "seriale" – il dipinto si riscatta per la sua gustosa vena narrativa e per il suo piacevole carattere decorativo: brani come quello delle pecore pascenti nella scena della Nativita, o degli strani, innaturali roccioni tubiformi nell'Orazione nell'orto o dell'incredibile assieparsi di cimieri e di lance nella Salita al Calvario o, infine, delle gigantesche orme lasciate impresse dai piedi di Cristo sul monte Tabor nella scena dell'Ascensione, possono veramente considerarsi opera di un naif ante litteram, cui non doveva mancare un sicuro gusto del colore, tutto giocato sul rosso mattone, sul malva, sul blu cobalto, sul bianco e sull'oro. Bibliografia: Filangieri di Candida 1898, pp. 188-189; Benezit 1911-23, ed. 1954-58, p. 687; Quintavalle 1932, pp. 147-163; Fo-scarini, e. 1935, sub vocem Scupula; Ceci 1936, p. 413; D'Oria 1964, p. 72; M. D'Elia 1967-69, p. 31; Gambacorta 1969, n. 15, p. 8; M. e P. D'Elia in Bari 1969, scheda n. 30; Calo 1969, pp. 47-49; Belli D'Elia 1972 a, pp. 37-38; Ead. 1972 b, pp. 294-295; DEB X, 1975, p. 243; Guida Tei Puglia 1978, p. 105; Bianco Fiorin 1984, p. 93, nota 9; Moench 1987, p. 73 e pp. 76-77. (C.G.) |


