Motivazioni di una mostra P. Salvatore Manna O.P.

Motivazioni di una mostra

P. Salvatore Manna O.P.

La ricorrenza del XII Centenario del Concilio ecumenico Niceno II ha provocato in tutto il mondo cristiano una mole di iniziative. Due, e di immediata evidenza, sono le ragioni di tanta attivitа: la riconferma della fede nell'incarnazione di Cristo congiunta alla conseguente difesa della legittimitа del culto delle icone e l'ecumenicitа del Sinodo riconosciuto da Oriente e Occidente e dagli Ortodossi ritenuto come settimo e ultimo della serie.

Quello del Niceno II fu un incontro fra due mondi differenti, pur se concordi sull'essenziale. Le lotte che erano a monte della riunione si erano combattute tutte in Oriente, e vertevano su un problema che l'Occidente non si era posto e di cui non conosceva esattamente i termini, anch'essi tipicamente orientali. Dell'iconoclasmo che infieriva in tutto l'impero, l'Occidente — a eccezione di Roma — non avvertм se non echi lontani e alcuni contraccolpi in determinati settori.

La scarsa conoscenza della problematica spiega la novitа dei fatti verificatisi. Chiamato a consulto a diverse riprese e in varie occasioni, l'episcopato occidentale non offrм come soluzione una dottrina unitaria, ma inviт risposte differenziate. Emergeva giа quella contrapposizione di sensibilitа differenti che apparirа evidente nello stesso Niceno II, pur nella riaffermazione indubitabile di una tradizione continua e comune a favore del culto delle icone.

Una situazione analoga ci si poneva dinanzi in occasione della celebrazione del Concilio. Quando l'Istituto di Teologia Ecumenica "S. Nicola" e l'Universitа della Basilicata decisero di organizzare un convegno internazionale sull'evento conciliare, apparve consequenziale e necessaria una mostra delle icone di Puglia e Basilicata, che servisse a verificare quale riscontro l'assise ecumenica avesse trovato nel contesto apulo lucano. La partecipazione massiccia dei vescovi dell'Italia meridionale al Niceno II rappresentava uno stimolo ad approfondire la ricerca, finalizzata a una riconsiderazione dell'incidenza della cultura bizantina nelle nostre terre.

Non furono soltanto le conquiste e gli editti imperiali a introdurre in Puglia la lingua greca e la liturgia bizantina. Furono, via via, gli avvenimenti. Uno scambio di popoli, di prodotti commerciali e di idee si verificт in fasi successive dal V airVIII secolo fra l'Impero e l'antica Calabria, oggi Terra d'Otran-to, tanto vicina all'Epuro e alla Grecia. Le migrazioni monastiche del VI (ma avviate giа prima) e dell'VIII secolo, sotto Giustiniano (527-565) e Leone III risaurico (717-741), non costituiscono l'unica motivazione della presenza e influenza della Chiesa orientale, anche se favorirono i rapporti fra greci e latini e crearono buona disposizione reciproca.

A favorire presso di noi la diffusione del cristianesimo sono stati anche i mercanti che, insieme alle merci, hanno portato ed esportato ben altro in e dall'Oriente; e cio e avvenuto senza eventi spettacolari e grosse manifestazioni, ma grazie alle normali relazioni di ogni giorno.

Il monachesimo ha certamente fatto il resto. Sulle nostre terre i monaci greci, amici di Dio e degli uomini, hanno trasfuso e alimentato il tesoro della loro spiritualita, di una visione del mondo costantemente tesa all'ai di la, pur con una organizzazione di vita che risentiva dello stato di provvisorieta tipico di questa terra. La loro presenza non aveva pero difficolta a farsi accettare da popolazioni grecizzate e animate dalla stessa pieta.

Di qui traggono origine un certo gusto estetico, la particolare liturgia, la lingua e tutto quanto a queste realta e connesso. La grotta diventa un lembo di cielo, nel quale il monaco si abitua a vivere in compagnia invisibile di questi santi che, ritratti sulle icone o affrescati sulle pareti, occupano gli spazi della sua povera abitazione: la sua vita e un anticipo di quell'eternita beata che sara la definitiva dimora alla fine del pellegrinaggio terreno; o meglio, gli affreschi della cella o le icone ivi presenti stanno a significare che egli vive gia in cielo. Tutto l'ambiente circostante e impregnato di tale spiritualita ed e pieno di una presenza ultraterrena. Sembra riproporsi in questa terra quella Tebaide famosa che ha visto una moltitudine di monaci, ma anche di tanti semplici cristiani, battere le nostre strade alla ricerca dell'Assoluto. Nasceva cosi e si perpetuava quella nuova spiritualita che sospingeva le nostre popolazioni a guardare a Oriente.

E tutto un fiorire di icone di Cristo, della madre di Dio, dei santi, che rappresentavano altrettanti palladi nella caducita di un'esistenza che abbisognava di solidi supporti. UHodigfritria diventa il tipo della Tuttasanta e invade letteralmente le nostre terre; santi orientali e occidentali si dividono senza tensioni il territorio: qui l'Occidente e l'Oriente si scoprono complementari. In questa linea di ripresa e di riscoperta vanno letti i due documenti del patriarca Dimitrios I e del Sinodo Costantinopolitano (14 settembre 1987) e di papa Giovanni Paolo II (4 dicembre 1987). Testi che sottolineano la differente sensibilita orientale e occidentale nei confronti dello stesso problema. Analizzando il programma del movimento iconoclasta, il patriarca lo individua nella "distruzione della realta dell'incarnazione e nella negazione della natura divino-umana del Signore, della maternita della madre di Dio, della venerazione rivolta ai santi, della possibilita della santificazione della vita e della materia, del passaggio dalle cose terrene alle realta celesti e divine mediante la preghiera, della contemplazione, della partecipazione alla divinita; in una parola di tutto quello che era considerato sacro nella Chiesa e nella vita e di tutto cio che stava al centro della spiritualita nell'Oriente ortodosso".

Ma cosa e l'icona? Giovanni Damasceno e perentorio: "L'icona e una rappresentazione che rende fedelmente l'originale, pur avendo una differenza: infatti l'icona vivente, naturale e totalmente fedele del Dio invisibile e unicamente il Figlio che porta in se stesso il Padre nella sua completezza, essendo totalmente identico a lui." Ma quale e la differenza? "Ogni icona del Cristo [...] rappresenta e comprende l'ipostasi del Signore, e questa ipostasi e proprio l'elemento che, attraverso di essa, irradia verso l'esterno. E grazie all'irradiamento e all'attrazione, diventa un mezzo che collega al modello, testimoniando e annunciando la presenza del prototipo."

Di qui si giustifica la mobilitazione delle forze per combattere le mire iconocla-stiche, che tendevano a svuotare dal di dentro la realta dell'incarnazione. L'icona percio non e un quadro qualsiasi o un oggetto d'arte da proporre al godimento degli occhi, ma una cosa-sacra, un sacramentale, una via alla salvezza. Questo l'insegnamento di fondo, che non era certamente estraneo alle popolazioni dell'Italia meridionale, discepole di una spiritualita che avevano assorbito con il latte materno. E non e solo questione di gusto.

L'intervento papale insiste su un altro aspetto, che appare prevalente, anche se non unico: "In Occidente, il papa S. Gregorio Magno aveva insistito sul carattere didattico delle pitture nelle chiese, utili perche gli illetterati, 'guardandole, possano almeno leggere sui muri quello che non sono capaci di leggere nei libri'; e sottolineato che questa contemplazione doveva condurre all'adorazione dell'unica e onnipotente santa Trinita. E in questo contesto che si e sviluppato, in particolare a Roma nel secolo Vili, il culto delle immagini dei santi, dando luogo a una mirabile produzione artistica."

Ma l'Occidente si ritrova interamente in questa affermazione?

Crediamo proprio di no, almeno per quanto attiene l'Italia meridionale bizantina. Per la verita non manca l'accordo sull'essenziale e sulla funzione dell'arte sacra messa a servizio della fede. La tesi dell'arte per l'arte viene adeguatamente stigmatizzata. "L'arte sacra deve tendere a offrirci una sintesi di tutte le dimensioni della nostra fede. L'arte della chiesa deve mirare a parlare il linguaggio dell'incarnazione ed esprimere con gli elementi della materia colui che si e degnato di abitare nella materia, e operare la nostra salvezza attraverso la materia, secondo la bella formula di S. Giovanni Damasceno."

Il criterio di una giusta complementarita viene qui rispettato, anche se le accentuazioni e i dosaggi sono differenti. In questa prospettiva va segnalata la raccomandazione pontificia di proporre alla venerazione dei fedeli le immagini sacre. La furia iconoclasta che ha imperversato troppo a lungo sembra riceverne la giusta reprimenda.

La lettura dei due testi, nella invocata visione complementare, postula una lettura dell'icona che non sia formale ed estrinseca, ma necessariamente teologica e contenutistica.

A questa impostazione l'esperienza dell'Italia bizantina arreca un contributo essenziale. L'icona nelle nostre terre non e stata un prodotto estraneo, di tardiva importazione. Gli storici dell'arte ci forniranno degli stimoli di riflessione che ci faranno andare a fondo del problema nella sua globalita.

In questo contesto assume rilevanza l'osservazione di Leonid Ouspensky: "Difendendo le immagini sacre, non e solo il loro ruolo didattico, ne il loro aspetto estetico che la chiesa difendeva, e la base stessa della fede cristiana." Di questa coscienza l'Italia meridionale bizantina offre, ne siamo sicuri, una buona testimonianza, rivelando cosi la perfetta comprensione della problematica sottesa. Un certo Occidente, pur difendendo il culto delle icone, non afferro forse la pre-gnanza teoretica e spirituale della controversia iconoclasta e della definizione dogmatica del VII Concilio ecumenico, la quale agganciava, una volta per sempre, l'iconografia alla cristologia. Di fatto, questo Occidente si limita a sostenerne la funzione estetica e didascalica, atta a istruire gli analfabeti e a edificare Il popolo, stimolandolo alla devozione e alla imitazione dei santi (S. Babolin).

L'iconografia e teologia visiva. L'Occidente si accosta con rinnovato interesse all'icona e viene da pensare che non si tratti solo di una moda, ma di una presenza divina nelle icone. Riscoprire l'icona significa recuperare una convergenza, dove potrebbero essere uniti cristiani fra loro separati da secoli di malintesi storici, di incomprensioni dogmatiche e di pregiudizi immotivati.

Chi contempla una icona, soprattutto se si tratta di un occidentale, impregnato di cultura umanistica, finira per sentirsi contemplato. E trasformato. Sara piu vicino ai suoi fratelli provenienti da un altro mondo culturale nel tempo e nello spazio. E, se la sua memoria non lo tradisce, si ricordera che la sua avventura spirituale ha preso avvio con il II Concilio di Nicea (G. Dumeige).

La dimensione piu tipicamente locale proposta dal Convegno di Bari del maggio 1987 e dalla Mostra delle icone di Puglia e Basilicata mira a sottolineare la persistenza e lo sviluppo nelle nostre zone di una presenza bizantina che ne contraddistingue spiritualita e cultura, nella sorprendente convivenza con l'atmosfera e la tradizione latine. Qui si mette alla prova quella complementarita che, vissuta nella consapevolezza, esprime una saggezza antica e sempre nuova. In questa prospettiva ha ragione Fina Belli D'Elia quando afferma che scopo principale della mostra e quello di portare in luce un materiale poco o per nulla conosciuto e offrire una occasione di studio, verifica, approfondimento dei temi e dei problemi connessi, vuoi sotto il profilo religioso e liturgico-cultuale, vuoi sotto l'aspetto piu strettamente culturale.

La mostra, in definitiva, e un tentativo di andare alle radici di un fenomeno per il recupero in profondita, nel tempo e nello spazio, della specifica funzione di significativa cerniera fra Oriente e Occidente riconosciuta al Meridione d'Italia.

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Sigillo della tomba di S. Nicola. Bari, Archivio di S. Nicolo.

Hodighitria. Sigillo in centra. Bari, Archivio di S. Nicolo.