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Madonna con Bambino. Prima meta XIV sec.
Tempera su tavola, cm. 103 x 63. Bari, Pinacoteca Provinciale. Restauri: 1968, Soprintendenza di Bari. Iscrizioni: Sul bordo rilevato, in basso a destra: [...] QTO [...].
La provenienza di questa tavola, ma purtroppo non la ragione della sua singolare collocazione, e nota dalla fine degli anni Sessanta quando, a seguito di lavori nella cripta della Cattedrale di Giovinazzo, essa fu rinvenuta murata entro una nicchia, occultata a sua volta da una tela. Di qui l'ipotesi che fosse stata dipinta per sostituire la piu antica tavola del casale di Corsigna-np (cat. n. 10) quando quella, per ragioni di culto, a partire dal 1388 – data dell'elezione della Madonna di Corsignano a pro-tettrice della citta – comincio a essere trasferita pcriodicamente in cattedrale. Essa sarebbe poi stata dimenticata e abbandonata quando il casale fu distrutto e la piu famosa icona venne definitivamente accolta nel maggior tempio della cittadina pugliese (P. e M. D'Elia). In un documento dell'Archivio della Cattedrale di Giovinazzo, databile al 1734 (in De Ninno), si fa ancora riferimento a una "tabula pieta cum ima-gine Sanctae Mariae", che il vescovo Antonio Ruffo ingiunge al rettore del beneficio di S. Maria di Corsignano, il canonico Michele Sagarriga, di collocare sull'altare della chiesa del casale, per quanto diruta, per potervi celebrare, essendo ormai da tempo la piu famosa icona trasferita nella cattedrale. E a essa fanno ancora probabilmente cenno il Marziani e il Bernich, quando parlano espressamente di una copia della Vergine di Corsignano collocata sul!'"altare de lo Protontino", eretto in cattedrale poco dopo il 1388, quando l'originale era ancora nella chiesa del casale. Dal punto di vista iconografico, la Vergine replica esattamente la tipologia propria alle icone pugliesi facenti capo all'illustre prototipo di Andria {cat. n. 3), caratterizzata dall'identico atteggiamento della Vergine, che sostiene il Figlio con entrambe le mani, stringendolo con una all'altezza della vita, con l'altra reggendogli le gambe che si dispongono parallelamente, secondo un asse diagonale, come e dato vedere in esemplari dalmati (Madonna di Hvar) e siciliani ^'Imperlato di Palermo) (Belli D'Elia 1988). Presentata per la prima volta alla critica nella Mostra barese del '69, come "trascrizione tarda" di quella di Corsignano e datata, anche per motivazioni stilistiche, all'ultimo quarto del secolo XIV, e stata gia in quella sede accostata a prodotti di area dalmata (P. e M. D'Elia); in seguito, ancora, a prodotti dell'Oriente latino, cui veniva riferita anche l'altra piu nota Madonna di Ciurcitano (cat. n. 6) e in generale tutto il gruppo delle tavole del nord-barese (Belli D'Elia 1971; Ead. 1972 a; M. D'Elia 1975). II collegamento con la Terra Santa e stato ribadito di recente (1982) dal Pace che, sottolineando la singolare variante del Bambino che stringe il pollice della Vergine, ha ricondotto la tavola al secolo XIII, in accordo con quanto espresso oralmente dal Ragghianti (in Belli D'Elia 1971), e l'ha avvicinata alle icone agiografiche di Bisceglie (cat. nn. 25-26) per le caratterizzazioni fi-sionomiche di stretta ascendenza crociata ("rolling eyeballs"). Vogliamo qui sottolineare, rispetto all'icona di Corsignano, l'ulteriore, evidente indurirsi del segno e ancora un appesantimen-to e ispessimento dei tratti somatici. Ci pare pero di cogliere una dipendenza, piu decisa di quanto sia stato sottolineato finora, dalla Madonna di Ciurcitano di cui la nostra ricalca, forse piu di qualunque altra, schema e proporzioni. Ma, accanto alla persistenza di dichiarati manierismi compositivi come gli arti forzosamente allungati della Vergine, cui fanno riscontro quelli "rattrappiti' del Bambino – sigla inconfondibile dell'"adriobizantinismo", secondo la felice definizione del Gamulin (1971) – e evidente la singolarita di questa tavola nella caratterizzazione cromatica intensa e vivace e nella presenza di particolari iconografici e decorativi, assenti nei similari episodi pugliesi. Per quanto riguarda la cromia, al di la degli inconsueti toni delle vesti della Vergine (maphorion bruno, tunica verde spento, cosi come la cuffia, rigata di rosso) e del Bambino (himation blu notte, che reca stampigliate minuscole rosette bianche tripetale, chitone rosa solcato da lumeggiature ora chiare, ora piu intense), spiccano sul fondo azzurro cupo le vivacissime macchie rosso vivo delle vesti degli arcangeli, a mezzo busto, ai lati della Vergine. Coloratissimo anche il bordo rilevato, sottolineato da una fitta perlinatura ove su uno sfondo ora rosso, ora giallo, ora verde si alternano, senza soluzione di continuita, stilizzati racemi vegetali e volute di colore contrastante. Indizi, questi, di un gusto di dichiarata ascendenza miniaturistica, di segno "crociato": si vedano, per fare un solo esempio, i similari decori che ornano il bordo della scena della Crocifissione nel Messale oggi nella Biblioteca Capitolare di Perugia (in Weitz-mann 1966, fig. 10), proveniente dallo scrittorio di Acri. E ancora a prodotti della Terra Santa rimanda verosimilmente il gesto affettuoso del Bambino, ove e dato ravvisare i caratteri tipici delle icone sinai-tiche. Le aureole, realizzate con la tecnica delle pastiglie rilevate in gesso, di lontana derivazione cipriota (Frinta 1981}, ma divenuta espediente usuale anche ai lessici locali (Belli D'Elia 1988), presentano qui un inedito motivo decorativo che non ha riscontro negli analoghi esemplari pure presenti in area pugliese. Testimonianza, una volta di piu, dell'attivita di un maestro che non si limita a ritrascrivere modelli piu autorevoli (siano essi la Madonna di Corsignano o quella di Ciurcitano), ma e capace di elaborare autonomamente tali schemi, accostandovi motivi e spunti aggiornati, di gusto e cultura propriamente "mediterranei". In tal senso ci pare, infine, piu plausibile ricondurre la datazione dell'icona entro la prima meta del Trecento. Bibliografia: Marziani 1878; De Ninno 1887, pp. 46-47; Bernich 1901; P. e M. D'Elia in Bari 1969, scheda n. 6; Belli D'Elia 1971, pp. 630-631, fig. 4; Ead. 1972 a, p. 6; M. D'Elia 1975, p. 156; Pace 1982, p. 184 e p. 190, nota 31; Belli D'Elia 1988. (R.L.R.) |


