ic_dipuglio_12 Madonna con Bambino in trono
|
предыдущая | содержание | следующая
Madonna con Bambino in trono (Madonna dell'Idria). XIII sec.
Tempera su tavola con tela interposta, cm. 116x82. Venosa (Potenza), Chiesa di S. Martino dei Greci. Restauri: 1986, Soprintendenza di Matera (Maria Fenicia).
La tavola proviene dalla chiesa di S. Martino a Venosa, una delle piu antiche della citta, gia legata al monastero greco della stessa intitolazione aggregato nel 1261, insieme a quello pure venosano di S. Morba-no, all'abbazia di Grottaferrata. Della chiesa "che dimostra di essere la piu antica che vi sia" ed e "Abbatia con mitra e croce" si ha ancora notizia nel 1584 (Cappellano ed. 1985, p. 54) e nel 1589, quando e citata fra le dieci chiese parrocchiali della citta. In un sinodo diocesano del 1728 (Corsigna-ni) compare la prima menzione della icona in essa conservata, col titolo di S. Maria "de Hydria". L'immagine, sfigurata da numerosi strati di ridipinture di scadentissimo livello, e stata parzialmente recuperata grazie al recente restauro che ne ha rivelato l'alta qualita. Irrimediabile rimane purtroppo la perdita della parte inferiore, mutilata, probabilmente a seguito di un incendio, per un'altezza di circa 40 cm., e ulteriormente danneggiata da una vasta caduta di colore. L'iconografia segue schemi classici di origine bizantina. La Vergine, che campeggiava in origine su un fondo d'argento dorato a mecca, siede in trono e regge il Bimbo sulle ginocchia. Veste un maphorion blu bordato d'oro, chiuso al collo, sotto il quale si intravede l'orlo di una cuffia rosata. Il Bimbo, in posizione rigidamente frontale, veste una tunica rosso chiaro e himation azzurro con tinteggiature chiare, tono su tono. Benedice alla greca. Con le ridipinture e scomparso il libro che reggeva con la sinistra, quasi certamente ripreso dall'originale. Entrambe le figure hanno nimbi dorati, quello della Madre ornato a rilievo con semplici motivi a doppia ansa affrontati. Dietro lo schienale del trono, in origine dipinto sul fondo d'argento, si affacciano due arcangeli a figura intera, nimbati, vestiti di corte tuniche e mantello di foggia occidentale dai colori alternati: mantello rosso su tunica azzurra, mantello azzurro su tunica rossa. Ciascuno, col braccio libero dal mantello, reggeva un turibolo, di cui rimangono solo T'impronta incisa sulla preparazione e le catenelle a rilievo. Celata ben presto dalle ridipinture e camuffata da pesanti applicazioni di corone e ornamenti in argento, l'icona, nonostante la venerazione che la circondava e l'indubbia fortuna di cui godeva, testimoniata tra l'altro da copie autentiche (lunetta nella Cattedrale di Melfi), non ha mai attirato l'attenzione della critica. Solo di recente (Belli D'Elia 1988) e stata presentata come esempio da un lato della persistenza in area meridionale di modelli aulici di eta comne-na, dall'altro della loro ripresa contaminazione nel maturo Duecento con motivi di accezione occidentale, ampiamente diffusi in ambito mediterraneo. Se infatti, per quanto riguarda l'iconografia e la impostazione generale dell'immagine, il pensiero va alle solenni apparizioni della Vergine in trono nei catini delle chiese bizantine dal IX ali'XI secolo – S. Sofia a Costantinopoli (abside e vestibolo), S. Sofia a Salonicco, Hosios Lukas in Focide – la realizzazione pittorica delle figure, non esente da rigidezze e scadimenti formali, l'abbigliamento degli arcangeli, le vigorose lumeggiature che conferiscono vitalita e rilievo plastico ai volti e ai corpi, possono richiamare prodotti "mediterranei", quali le icone agiografiche pugliesi da Bisceglie (cat. nn. 25-26) mentre il volto rigidamente frontale della Vergine, dai tratti cosi fortemente marcati, ha potuto evocare, tra gli altri, quello dichiaratamente iconico del S. Giorgio affrescato nel nartece della chiesa cipriota della Vergine ad Asinou (Mouriki 1986, p. 87, fig. 13). Legami con la tradizione greca dei frescanti e musivari, oltre che degfi iconografi, sono poi attestati dalla particolare monumenta-lita della figura e da talune cifre stilistiche, quali la modellazione convenzionale del volto del Bambino (si veda per confronto il mosaico "ellenizzante" nell'abside della chiesa di Gelati, in Lazarev 1967, fig. 343) o l'andamento a spirale del panneggio, che trova un termine di riferimento negli affreschi dell'XI secolo nella cripta di Hosios Lukas (Ultima cena, in Schawran 1982, figg. 54-55). Considerata quindi l'alta qualita della tavola, peraltro indipendente dal piu noto gruppo pugliese, e le sue dimensioni originarie, che ne rendono improbabile l'importazione, si puo pensare al prodotto di un iconografo di educazione "mediterranea", che opera su modelli aulici nell'ambito della comunita italo-greca di Venosa. Bibliografia: Corsignani 1728; Lauridia 1959; Muscolino 1986, p. 25, tav. 4; Belli D'Elia 1988. (P.B.D.) |


