ic_dipuglio_23 Madonna delle Vergini

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Giovanni da Taranto ? (doc. 1304). Madonna con Bambino (Madonna delle Vergini). Primi XIV secolo.

 

 

Tempera su tavola, cm. 105 x 61. Bari, Pinacoteca Provinciale. Restauri: 1971, Soprintendenza di Firenze.

 

Nulla si sa circa l'originaria ubicazione di questa tavola dм provenienza bitontina che la tradizione locale denomina "delle Vergini" o "delle monache nere", tramandando forse il ricordo della sua provenienza da un monastero di religiose benedettine. E probabile fosse questa l'icona che, insieme alla Madonna dell'Arco (cat. n. 34), mon-signor Barba vide nel 1740, nel corso di una Santa Visita nella chiesa delle Vergini, collocata nella parte superiore dell'altare maggiore ove descrisse una "tabula pietа cum antiquissima Irnagine SS. Mariae Virginis in eius brachiis tenentis lesum Christum eius Filiutn Infantem, quae invocatur cura titulo Sanctae Mariae De Virginibus, qui est titulus Ecclesiae et Monasterii".

Pubblicata per la prima volta nel Catalogo del 1947 del Museo di Palazzo Venezia a Roma, e dal 1967 custodita a titolo di deposito temporaneo presso la Pinacoteca Provinciale di Bari (Belli D'Elia 1972 a). Nonostante il restauro subito, l'immagine si presenta profondamente alterata da pesanti ritocchi, cui sfugge quasi solo la testa del Bambino.

Su di un fondo oro operato con un fitto reticolo a clipei entro cui si dispongono, uniformemente, stilizzati fiori di gigno, la Vergine, presentata frontalmente a mezzo busto, regge sulla sinistra il Bambino, verso cui reclina la testa. Questi distoglie il suo volto da quello della Madre, disponendosi in posa contorta tra le sue braccia, in atto di benedire con la destra. La Vergine indossa sul velum un maphorion orlato da una banda dorata in cui pseudo-caratteri compongono una sorta di iscrizione, quasi certamente frutto di ridipinture, che si risolve in pura cifra decorativa. Il Bambino, sopra una veste Intima velata indossa una corta tunica rosso arancio, attraversata da un morbido panneggio che forma un singolare scollo a V sul davanti, trattenuto in vita da una fascia dell'identico tessuto. Morbidi tocchi rosso arancio ne illuminano l'incarnato, sottolineando i pomelli delle guance, le palpebre, il profilo del naso e delle labbra.

Quanto al tipo iconografico, corrispondente alla Vergine Peribleptos, cioe Ammirabile nella tenerezza materna e verso il Figlio e verso il genere umano (Tatic Djuric 1969), gia il Garrison (1951 b) la collegava, insieme alla Madonna dell'Isola di Conversano (cat. n. 31) alle due tavole romane di Vel-letri e di Viterbo, collocandola alla meta del secolo XIV. In occasione della Mostra del '69, vi si coglievano possibili rimandi aiYA-xionestinna del Monte Athos e a una Vergine in trono del monastero sinaitico di S. Caterina (P. e M. D'Elia). Di recente (Pace 1982, Weitzmann), e stata considerata una derivazione della Kyk-kotissa, icona probabilmente costantinopolitana che la tradizione vuole donata nel 1082 dall'imperatore Alessio I Comneno al monastero cipriota di Kykko (Sotiriou 1964); immagine cui fanno capo, con varianti, la gia citata Vergine sinaitica, considerata la copia piu antica (fine XI-XII secolo), il dittico con S. Procopio, sempre al Sinai, la Madonna di Velletri (Weitzmann 1982), ancora quella nel Museo Civico di Viterbo, la Madonna della Vittoria di Piazza Armerina, la Madonna in collezione Pha-neromeni a Nicosia, la stauroteca con Vergine e santi del monastero di Kykko (San-tamaria Mannino 1984), la Kykkotissa di Asinou (Mouriki 1986). La dipendenza dal modello ciprtota, e in particolare dalla piu antica replica del Sinai, evidente nell'icona bitontina ove manca Il velo sul maphorion e si replica il gesto affettuoso della Vergine, che tenta di afferrare nella sua la piccola mano del Bambino, trova qui un'interessante variante nella tunica di quest'ultimo, "il cui inconsueto taglio ridondante nel drappeggio a V sul petto e nella fascia attorno alla vita [...] e una probabile reminiscenza dell'incompreso modello indossato nell'icona della Kykkotissa: una coppia di bretelle e alla vita una fascia annodata del medesimo tessuto" (Pace 1985 a).

Tale variante, che riteniamo peculiare dell'area pugliese, si riconosce nella similaris-sima Madonna dell'Isola di Conversano (cat. n. 31), nella piu tarda Madonna delle Grazie di Monopoli (cat. n. 21) e, in ambito rupestre, nel trittico con i SS. Giovanni e Clemente in S. Giovanni a S. Vito dei Normanni (secoli XII-XIII) e nel dittico con S. An-drea nella cripta omonima di Palagianello, ove e ormai appunto solo la disposizione dei panneggi, identica a quella che compare nella icona in esame, a conservare significative, curiose assonanze con i lontani modelli.

Ultimo, significativo raffronto e con la raffigurazione della Presentazione al tempio nella cripta della Candelora a Massafra (Fon-seca 1980, fig. 125) ove ricompare nel Bambino la tipica veste corta, drappeggiata sul davanti e con alta fascia in vita dell'identico tessuto. In piu, il singolare atteggiamento del Bambino, in posa dichiaratamente contorta tra le braccia della Madre, rivolto verso il vecchio Simeone a sinistra della composizione, ricorda troppo da vicino quello tipico della Kikkotissa, di per se immotivato e inspiegabile, tanto da indurci a ipotizzare una probabile dipendenza di questo tipo iconografico da tale contesto narrativo, dipendenza peraltro gia sottolineata della Mouriki (1986) relativamente alla tunichetta corta del Bambino. Ulteriore problematico esempio, a conferma dell'adozione del modello in area prettamente italo-meridionale, e la Madonna con Bambino della chiesa delle Vergini a Cosenza (cat. n. 29), considerata di recente di stretta accezione pugliese e attribuita "alla piu antica fase bizantineggiante del probabile Giovanni da Tarante" (Di Dario Guida 1978, p. 21).

Allo stesso artefice e dal Bologna attribuita la tavola bitontina, per le indubbie assonanze stilistiche, sia pur limitate alle sole parti indenni da ridipinture, con il S. Domenico e storie della sua vita di Capodimon-te.

Tale attribuzione ha consentito di individuare l'attivita di una o piu maestranze pugliesi "probabili tramiti delle novita napoletane in Puglia", cui possono rapportarsi una serie di affreschi pugliesi coevi in S. Anna a Brindisi e nel matroneo del S. Sepolcro di Barletta (Belli D'Elia 1972 a), o ancora in alcune chiese rupestri di Matera e Altamura (Calo Mariani 1986). A questi e da accostare, secondo una recente proposta, il frammentario S. Stefano nella chiesa di S. Paolo a Brindisi (Guglielmi 1984-1985) nonche, a nostro avviso, la S. Margherita dell'omonima cripta a Mottola, ove non a caso ritroviamo l'identico partito decorativo del fondo clipeato con gigli stilizzati a decorare il prezioso manto della Santa.

Tale motivo, che il medium pittorico rende inusuale a fronte del piu tradizionale rivestimento metallico o con pastiglie rilevate, conferma la diffusione in area italo-meridionale di motivi propri alla cultura latina dominante a Cipro (Frinta 1981), ma divenuti ormai comuni nei linguaggi locali (Belli D'Elia 1987), aperti anche ai fatti piu aggiornati della cultura della corte napoletana.

Bibliografia: Barba 1740; Santangelo 1947, p. 24, nota 188; Garrison 1949, n. 113, p. 25 e p. 63; Id. 1951 b, p. 302; Coor Achenbach 1955, p. 203; Tatic Djuric 1969; P. e M. D'Elia in Bari 1969, scheda n. 14; Bologna 1969, pp. 59-60, figg. 68-69; Belli D*Elia 1971, pp. 639-640; Ead. 1972 a, pp. 23-24, fig. 9; Pace 1982, p. 398, fig. 522; Santamaria Mannino 1983, p. 488; Calo Mariani 1984, p. 205, fig. 282; Weitzmann 1984, p. 128; Leone De Castris 1985, p. 160; Pace 1985 a, p. 272; Sciarra Bardaro in Bari 1980-81, voi. II, t. II, p. 431; Belli D'Elia 1988.

(R.L.R.)

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